Corallo
Andrè Derain, Nude

Quando mi arresi a tutto
avevo mani in alto
e una freccia dura in corpo
dentro gli occhi a lacrimare.
Io me ne vado piano
come sciogliendomi sul sasso
come ammasso di gerani che
al muro sfogliano profumo
di petali corallo sulle crepe.
Nel terzo picco intruso di dolore
cola a strisce ogni mancanza
contro il bianco premuto
del bacino
ai piedi d’ogni gesto
le labbra sono argilla
di una rarità dolcissima
celeste.
Ottobre 6, 2007 a 9:52 pm
notevole il percorso discendente occhi > corpo > bacino > piedi per concludersi infine sulle labbra.
Brava!
ciao ada
Ottobre 6, 2007 a 10:17 pm
poesia delicata e sottile, ma ferma e lucida. Se devo scegliere un verso, il finale…
le labbra sono argilla
di una rarità dolcissima
celeste.
Complimenti…
Ottobre 7, 2007 a 1:01 am
grazie Stefano dei complimenti, della visita, peraltro già ricambiata, ed in anticipo, pur senza lasciare traccia.
se devo scegliere un verso scelgo anch’io l’ultimo e lo scelgo col piacere (della consapevolezza da te appena confermata) di saper tenere le poesie fino alla fine, dedicandolo a chi ha avuto la pazienza d’insegnarmelo.
E poi mi chiedo: cosa si fa una volta imparata un arte?
Ada carissima, bentornata!
Ottobre 12, 2007 a 9:05 am
..ci sono anche diverse simbologie sessuali e erotiche che mi hanno richiamato alla mente “il gelsomino notturno” del Pascoli, secondo la lettura di Angelo Marchese…
un abbraccio
Ottobre 12, 2007 a 10:12 am
Il sentiero della propria anima non può prescindere dal proprio corpo. Quando si incontrano hanno speciali sintonie.
Michele
Ottobre 12, 2007 a 5:28 pm
Grazie, amici, Giacomo, Michele, d’ogni pensiero che mi dedicate, del fatto che leggiate corpo ed anima in queste parole vi ringrazio pure, la similitidune con pascoli mi onora, ritengo che sappiate leggere più Voi tutti di quanto io voglia poter o voler dire di come io sono o sento o penso.
ho voglia di silenzio in queste notti più di altre notti, mi scuserete se non so dire di più.
Ottobre 12, 2007 a 10:07 pm
è la carne che imprimi. col dolore avanzi lo sguardo come un riflesso che ripercorre ogni parte di sé. E il dolore emerge. Vivo. Il dolore delle cose andate. Perse. in quelle mani in alto i palmi non sono riusciti a trattenere la dignità.
bellissima
Ottobre 13, 2007 a 10:18 am
…bellissima, sei bellissima tu Francesca, intimamente.
E mi piace molto quell’accenno alla dignità.
Ottobre 13, 2007 a 10:40 am
ovviamente bellissima lo sei anche in superficie
ti eri preoccupata eh?
Ottobre 13, 2007 a 3:29 pm
ihihihihihi …
beh, in quest’avatar ho una faccina triste triste.. che …
vabbeh.
Sai cosa? mi piace che quell’accenno alla dignità, ti abbia colpito, perchè, per qualcosa di molto sottile nei tuoi versi, è ciò che più mi è balzato agli occhi. ho pensato al momento della resa. A quando alzi le mani. Ecco, in quel momento lì è la dignità di sé che fugge, tradita da se stessa.
grazie a te di questi confronti intrepretativi. Non sai quanto mi piacciono!!
Ottobre 13, 2007 a 6:48 pm
quando alzi le mani è perchè vi sei costretta, nessuno s’rrende se non quand’è con le spalle al muro e l’atto d’arrendersi è necessario per la stessa sopravvivenza, altrimenti, com’è di tutti, si continua a battagliare
E’ possibile che per sopravvivere si sacrifichi la dignità, ora però io penso non alla dignità di chi si arrende, ma a quella di chi costringe alla resa, a quanto abbia battagliato con lealtà a quanto invece abbia approfittato della debolezza altrui, anzi penso proprio che quanto più una persona sappia approfittare di tale debolezza tanto più è essere non degno. tu che ne pensi?
Ottobre 13, 2007 a 8:20 pm
io penso che chi approfitti delle debolezze altrui, non sappia cosa sia la dignità. anche se è una soluzione facile questa mia. troppo berbenista. In effetti è la difficoltà a volta che sensiblizza alla dignità. mi spiego meglio: chi non sa, perchè non hai dovuto scontrarsi con la realtà dell’arrendersi, per fare un esempio, non può conoscerla. la ignora. semplicemente. sa cosa sia per sentito dire. e sulle cose di “coscienza” il sentito dire, non può bastare per “sapere”.
la resa è un momento difficile. quando la trovi davanti è ilò macero dei sensi. e non sai più che pesci pigliare davvero. oltre ad “alzatre le mani”.
significa: ecco, non sono più niente. io.
Ottobre 13, 2007 a 9:28 pm
ecco. ci capiamo perfettamente noi.
e questa perfetta consonanza è un’emozione grande.
in particolare io penso che la vita di relazione sia una lotta: alleati e nemici
l’approfittare delle debolezze è esattamente ciò che fa il nemico e quindi mai scoprire il fianco, ma quando le situazioni cospirano a tuo sfavore, non c’è solo il fianco scoperto ma il corpo tutto e l’anima pure.
non so dirlo meglio, ma quel senso di nullità, la resa appunto è un punto di dolore morale profondo a cui porta la personale sensibilità, certo, ma anche gli altri ogni cosa/persona che gira attorno.
ed è vero pure che chi non l’ha provato non può capire.
abbraccio caro
Ottobre 13, 2007 a 10:17 pm
ed io, questo abbraccio caro, dopo la condivisione di oggi, me lo tengo stretto.