Luna d’amore

O divina creatura, quante volte
ho appannato la tua cristallina
pace dorata svelandoti
il segreto del vivere e il dolore.

Oh, perdona e dimentica!
tu pensami nube che passa sulla luna piena,
e torna a splendere, mia dolce luce,
nella tua ferma bellezza, serena.

Holderlin

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11 Risposte to “Luna d’amore”

  1. Quando capirai
    che coltivare ghirlande
    è scienza occulta
    allora i vivai
    saranno solerti.
    È vano cantilenare
    su versi calibrati
    rapsodie
    che detergono passioni
    racchiuse dentro dorate bacheche.
    È là invece, che ti voglio applaudire
    cantatrice dalla chioma fluente,

    dove il sole è stanco
    di illuminare
    i consueti travagli
    che da secoli dardeggiano
    su pagine rapite.
    Se avrai forte soffio
    smuoverai le antiche pietre
    minate da smarriti sentimenti.
    Ma grida!
    La barbarie non si espelle
    al fioco lume.
    Dietro suoni che incantano
    scoprirai
    che mani di rabbia
    estorcono anime.
    Grida
    e impreca
    e scuoti le paratie innalzate dagli dei
    perché tutto fosse occultato
    agli sguardi ignari.
    Grida, dunque!
    Grida
    che il sole è vero
    ma che anche la vita
    è vera.

    GINO BENEDETTI

  2. alivento Says:

    Hai risposto alla bella poesia di Holderiln (che, come sai già, sento molto vicina al mio modo di pensare) con un’altra e bella poesia.

    Ma gridare Artur è un’altra cosa, fa male prima di tutto a chi grida.

  3. Ma con quello che capita intorno a noi bisogna gridare.

    Gia Somma in una sua poesia ci metteva in guardia dalle parole al vento ma la sua ricetta era una sorta di resa alle storture del mondo.
    Nel suo chiedersi se fosse più logico ritirarsi al riparo dell’umano credere abbandonando la volontà di opporsi alle ingiustizie c’è la convinzione che si è inermi rispetto alla “normalità” che è indice di “ignoranza”.
    La Poesia come ogni altra espressione sentimentale non è crogiolarsi nel verso ma caricare di significato il verso e in ogni stilla di essa deve esserci una espressività etica nei confronti del nulla che avanza.

    Signore scansaci

    Il ventre della terra
    ha fuochi accesi
    che bruciano le ali d’un gabbiano
    nell’indifferenza quotidiana
    dei silenzi
    nasce il desiderio
    di cambiare il mondo
    coi sognanti programmi
    d’infinito
    Signore scansaci
    dai falsi miti
    dai colossi d’argilla
    dai presagi barattati
    dagli alberi
    di mele marce
    dai Giuda e dai Pilato
    dall’odio delle razze
    Signore scansaci
    da chi ci chiama fratello
    nella sala d’attesa del patibolo
    per consegnarci al boia
    senza uno scrupolo
    è meglio che restiamo figli unici
    incatenati nella solitudine
    nutrendo nel profondo delle anime
    l’immenso seme dell’umano credere
    Signore scansaci
    da quest’incendio
    di parole al vento.

    Luciano Somma

  4. alivento Says:

    Artur, ti confesso che questo è un caso in cui rivedico il diritto del lettore di poesia di sentire la poesia a pelle, e, sebbene questa sia tra le più belle, non è detto che altre dello stesso autore incontrino il mio gusto e favore.

    Se poi tra le righe volessi invitarmi a una poesia più viscerale, potente e incisiva, saprai pure che ne ho scritte di questo genere (violente invettive contro l’ipocrisia, la sete di potere l’ingiustizia, la falsità) e le ho pure debitamente archiviate.
    Su questo blog e per ora sto cercando altre strade, forme espressive, ispirazioni, non escludo che questo mi stia portando a impallidire ad assottigliarmi fin quasi a sparire sullo sfondo bianco su bianco…ma tant’è, se questo deve essere, questo sarà.

  5. Quando parlo di grida io non mi riferisco alla poesia denuncia.
    O quanto meno non solo ad essa.
    Quando ci si esprime mostrando tutta la sensibilità di cui si è capaci e non si parla di astratto di un argomento ma si è davvero coinvolti da esso non ci si può limitare a sussurrare.

    Del resto anche un sussurro in un profondo silenzio è un grido.

    Se si ama, si odia, si è davvero pervasi da una ondata sentimentale che ci coinvolge e ci agita nel profondo, non possiamo non mostrare il nostro coinvolgimento.

    E questo non lo possiamo mostrare dichiarandolo semplicemente.

    Lo dobbiamo urlare, lo dobbiamo sostenere, lo dobbiamo divulgare.

    Anche se lo sussurriamo a noi stessi o ad un nostro interlocutore è comunque un grido di liberazione, è una affermazione a noi stessi che siamo vivi e che proprio per questo abbiamo l’obbligo di renderne partecipi gli altri.

    —————-

    Ho amato sempre
    i pazzi, i diseredati, i beoni, i perdenti,
    e tutti quelli che s’alzano al mattino
    assaliti con violenza dall’enigma della vita.

    Li ho trovati
    ubriachi di amore malsano
    e di follia balbuziente
    nei bar malconci, negli ospedali, nelle prigioni.

    Dal basso più putrido della loro vita
    scoppiavano a tratti
    con folgori di meravigliosa intelligenza.

    Ho amato
    gli occhi pesti e annacquati di artisti geniali,
    ostinatamente dediti alla loro morte,
    in corsa allegra e feroce verso la fossa.

    Eccola, la mia gente,
    esuli teneri e pazzi,
    artisti sconosciuti,
    sconfitti dalla coscienza diamantina d’esistere,
    dall’ebbrezza bruciante che consuma la carne,
    schivi, dannati, satirici, tristi, carnevaleschi.

    Molti se ne sono andati
    nel paese delle lunghe ombre,
    ma li sento ancora,
    questi delusi cercatori d’imprendibile oro:
    son seduti al mio davanzale,
    col bicchiere in mano,
    ridono piano,
    e mi parlan d’amore.
    (Alessandra Crabbia)

    ———————-

    Sfidai
    gli spiriti malvagi della notte
    per portare sul bagnasciuga della mia spiaggia
    un pianoforte
    sdentato
    come la bocca di un vecchio

    Non so se c’era pazzia o incoscienza in me
    quando lanciai in aria
    i miei vecchi spartiti
    sperando che le note come coriandoli
    cadessero restituendo la vita
    a tutti quei sogni che giacevano morti
    nel ventre di un Destino dispettoso
    e sfrontato

    Volevo irridere gli dei, sciancati
    e maledetti,
    ma la loro vendetta arrivò,
    immancabile.
    Un terremoto, immane, squassò la mia anima
    Il mare ribollì
    mentre il cielo si spalmava catrame sul viso
    e qualcuno, con un seghetto da traforo,
    ritagliava via la luna,
    lasciando un buco orrendo sull’orizzonte

    Il vento, tracotante, che venne dall’Est,
    fece volar via, come api impazzite,
    dai miei fogli, gonfi di musica,
    ogni nota,
    fino all’ultima.
    La paura
    mi spezzò le gambe
    impedendomi
    di correre verso la salvezza
    Credevo di essere un levriero
    ma ero solo un cane randagio
    spaventato dal suo stesso latrare

    Così con le forbici della disperazione
    ho fatto a pezzi
    le fotografie della mia angoscia
    perché nessuno la vedesse
    Ogni granello di sabbia ora
    è polvere di cartone
    Un altro nodo si aggiunse
    al laccio che porto intorno al collo
    come una collana
    e che adesso mi stringe sempre di più
    togliendomi il respiro
    annebbiandomi la vista
    perché gli incubi
    sono più numerosi dei rimpianti
    La mia pelle è ruvida come uno scoglio
    la mia anima è dura come pietra di cava.

    Non ho voluto arrendermi
    e sottostare al pirata nemico
    e volgare
    Così ho sfidato gli dei ubriachi
    per riportare la mia nave squinternata
    su quella spiaggia incantata
    dove i granelli di sabbia sono ancora polvere di cartone.

    Lì ho gettato di nuovo la mia àncora
    Lì ho piantato una bandiera dai mille colori
    Dopo che il vento dell’Est invecchiò e morì
    raccolsi una ad una
    tutte le note perdute
    e regalai loro una vita nuova
    e più bella

    Sul mio pianoforte malandato
    c’è ora un bicchiere pieno di sogni
    a tenermi compagnia
    Io bevo fino ad ubriacarmi
    ogni sera
    mentre suono per chi spera
    mentre canto per chi sogna
    mentre gioisco per tutti quelli che come me
    hanno smesso di correre
    e si affacciano sul balcone del mondo
    per guardarsi intorno,
    senza fretta

    (Artur)

  6. Anonymous Says:

    ieri l’ho quasi toccata

    p.

  7. alivento Says:

    cosa hai toccato mia piccola p.?

    Artur, allora vuoi dire che vuoi nelle parole l’anima, l’afflato, l’intensità?
    La poesia ispirata dalla rosa ha intensità, l’intensità di un attimo di commozione, di profondità, di abbandono ed eternità.

    Quanto al resto, quando non capisco, io mi siedo e aspetto.
    Avviene allora che io fiuti l’aria come un cane fermo al centro della piazza. Anche solo per capire se c’è e perchè un padrone, anche solo per sentire a naso quale sia la direzione. Ecco, tutto quello che ti sembra d’altro è solamente senso d’attesa, esercitazione, prove di canto e d’incanto, misurazione della strada e delle forze. Riflessione, silenzio e attesa.

  8. golfedombre Says:

    mi raccomando: continua a provare, ma non sparire:-)

  9. frontiera Says:

    bella, alivento.

  10. alivento Says:

    Fabio, è di Holderlin perciò è bella

    perchè non dovrei sparire Stefano?

  11. golfedombre Says:

    perché se sparisci non ti trovo più:-) (niente dichiarazioni d’amore, vero? :-)))

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