Di poesia, grandezza, suicidi

Si potrebbe parlare di produzione poetica per la quale esiste una “regola d’arte” né più ne meno che qualunque altra arte. Ammetto che non mi attrae molto questa impostazione del poeta come possessore delle regole dell’arte, per quanto ormai non possa che piegare il capo di fronte all’evidenza della necessità di possedere il controllo dello strumento parola e della lingua, controllo che si assume sempre più pienamente quanto più si eserciti, tuttavia ancora adesso mi permetto di sostenere il fatto che all’aspetto del possesso di tali regole si potrà ricondurre la buona poesia, perché un onesto e buon mestierante farà della buona poesia ma non la poesia eccellente, perché checché se ne dica l’eccellenza si potrà raggiungere solo con una spiccata dose di innatismo, per raggiungere livelli eccelsi occorre quella profondità interiore, quella ricchezza e capacità di guardare il mondo con gli occhi della sensibilità che non la tecnica, non l’esercizio saranno in grado d’insegnare. Altra e certamente utile cosa è l’arricchimento delle proprie capacità espressive attraverso letture che possedute maturate e dimenticate, come ogni autentica cultura, siano il brodo ove attecchisca il germe della produzione per meglio e più rapidamente e più copiosamente proliferare, ma neanche queste di per sé sostituiscono la dote naturale di chi riesce a far nascere da un foglio e da una penna suggestioni, visioni, mondi che spalancano davanti a chi legge le porte dell’assoluto.
Ovviamente chiunque è libero di confutare e/o dissentire.

In verità non intendo richiamare l’attenzione sul concetto di poeta eletto, anche perché non ritengo che il poeta eccellente sia realmente un eletto, inteso come prescelto tra i tanti, “unto del signore”, né che questa espressione abbia necessariamente insita un’accezione positiva.
Egli infatti appunto perché essere dotato di talento eccezionale (investito di afflato divino come ritengono alcuni che fanno del poeta una sorta di veggente, di oracolo vaticinante, ma che è più correttamente, come in ogni altro caso di genialità, una combinazione di fattori genetici e spirituali) vive, per questa stessa sua capacità, una vita di disintegrazione e disagio esistenziale, se non manifesta, quanto meno nascosta, interiorizzata, tant’è che l’espressione letteraria risulta spesso la valvola di sfogo, non sempre sufficiente (prova ne siano i suicidi che hanno tragicamente concluso l’esistenza di alcuni ) attraverso cui trovare senso alla mancanza, al vuoto, allo scontento, al senso d’incompletezza, di caducità, di dolore, una strada di interrogativi e di ricerca, di osservazione e di pensiero, di abbandono e desiderio, di prostrazione, di grande stanchezza.

La stragrande maggioranza delle biografie questo insegnano dei poeti più grandi che l’essere eletti non significa essere felici, né glorificati, né onorati, né ammirati, ma additati e maledetti, isolati e nascosti, criticati e incompresi, esseri abietti più che eletti, non sono affatto convinta che essere eletti possa dirsi, per quanto cosa desiderata, una fortuna, non in vita quanto meno, non dimentichiamo che il genio è sempre fuori dal comune e in quanto tale diverso e in quanto tale osservato con diffidenza, irriso, additato, compatito, salvo casi di riconoscimenti, anch’essi frequenti, in vita.
Lo scopo del mio intervento non era quello di parlare del genio, anche perché a detta di esperti critici del settore non c’è oggi un talento contemporaneo che spicca sugli altri di molte lunghezze, Affermazioni queste che io accetto in buona fede e supinamente non essendo né titolata né investita di alcun ruolo giudicante, né preparata per confutarle.

Più che altro leggo la poesia da neofita e la appezzo col metro, ed è buffo questo davvero, che è lo stesso usato Giacomo Cerrai agli inizi della carriera, la musicalità del verso, un certo canto interno e un senso profondo del poetare, la maestria nel creare suggestioni, nel disporre le parole, l’uso di accostamenti nuovi che, senza stridere sgradevolmente, generino stupore.
Quale lunga premessa per dire poi che lo scopo del mio procedente commento era piuttosto di riequilibrare i pesi nel discorso, pur chiaro piano e condivisibile, svolto nel posti tra quanto pesa la tecnica (affinamento delle capacità espressive) e quanto la dote naturale. Dote peraltro che non necessariamente deve raggiungere le vette dell’eccellenza in quanto io ho additato nel punto di vertice solo per rendere più chiaro il discorso estremizzando.

Sorvolare sulla risorsa innata, come anche sorvolare sulla necessità espressiva che ad un certo punto dell’esistenza possa manifestarsi nell’individuo è trascurare un aspetto importante.
La prima non può essere ignorata perché è innegabile che, volendo fare un parallelismo aneddotico, nasceranno sempre talenti pittorici (con buona pace dei mestieranti) capaci di fare un cerchio perfetto senza esercizio e senza compasso, la seconda perché, non solo dimenticheremmo quanto detto da Rilke e riportato nei primi post di questo blog sulla necessità assoluta e invincibile di scrivere, ma dimenticheremmo quella che è la molla interiore che porta ad esprimersi con le parole disposte in una architettura che abbia una sua grazie, un suono, un senso che appaiano corrispondere alle buone regole dell’arte. Molla che, sebbene sia estremamente diffusa appunto perché alla portata di tutti il poter scrivere in parola poetica per il semplice fatto che sono alla portata di ogni singolo essere umano l’emozione, la carta, la penna, non è sempre e in tutti gli uomini è presente come imput la molla irrefrenabile spinta fino alla necessità vitale.

D’altra parte noto che a scrivere poesia molto spesso sono persone che hanno già scelto un percorso di studi confacente, (laurea in lettere, estetica, filosofia, e simili, salvo casi solo apparentemente spuri, di ingegneria o matematica) questo avviene perché è necessaria una sorta di affezione, propensione, attrazione per la parola, subirne il fascino, lasciarsene prendere e incantare, quasi guidare e la poesia scorre, mentre la tecnica, il lavoro di lima è ciò che si apprende dal maestro come strumento il cui possesso consente di dare all’opera la sua certa forma ottimale personalizzata e in quanto possibile originale, e credo infine che si possa apprendere anche da autodidatti per paragoni e confronti leggendo e ancora leggendo, salvo poi sorridere con Karl Kraus, vero pozzo di citazioni e aforismi, e dire “Che cosa disgustosa uno scrittore che legge! Sarebbe come un cuoco che mangia” .

(copyright: Alivento 2006]

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