Archivio per agosto, 2006

Cesare Pavese

Posted in binari on agosto 31, 2006 by alivento

In poesia l’inventore di un genere, di uno stile, di un tono, lo scopritore di una terra incognita, riesce – è cosa nota – piú esauriente ed efficace dei suoi epigoni, dei molti o dei pochi che su questo stile e tono, su questa terra incognita dovrebbero ormai saperla piú lunga del pioniere, e certo continuano l’opera sua con facile confidenza e piú raffinati strumenti.
Avviene qui un fatto che non ha riscontro in nessun’altra attività umana. Il primo che getta lo sguardo e si avanza in una nuova provincia è anche il suo piú efficiente sfruttatore, e piú che un diboscamento e una messa a coltura la sua si direbbe un’incursione mongolica, uno di quei saccheggi sulle orme dei quali non ricresce l’erba. Non mancano i casi di creatori che letteralmente soffocano in culla gli epigoni e non sorge il secondo a raccoglierne l’eredità.
A costoro, di solito, si ritorna soltanto dopo secoli, quando cioè la vicissitudine delle ideologie e dei gusti ha fatto della loro opera quasi un oggetto, una creazione della natura – come le intemperie fanno di certi monumenti – e si può ispirarsene con un senso di scoperta genuino, come rifacendosi a un dato naturale.
Il pioniere e l’epigono.
Il primo inventa, comprende e passa oltre; il secondo, toccato dall’evidente ambiguo fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve. Qualche volta vive tutta la vita, tra il rispetto e l’applauso del prossimo, senz’accorgersi che alle sue conserve manca il gusto della terra, dell’acqua e del cielo. È un letterato.
Quasi sempre lo sa e se ne vanta. Meglio cosí, del resto, che se disperasse di sé: il letterato che dispera di sé, cioè che comincia a lagnarsi, diventa non poeta ma soltanto peggior letterato.
Il poeta, diciamo, inventa, comprende e passa oltre. Ma non c’è da scherzare nemmeno per lui. A ogni svolta del suo lavoro, della sua conquista, lo attende il pericolo della Capua letteraria.
Uno può sempre farsi epigono di se stesso: cedere alla tentazione di fermarsi piú del lecito a sfruttare il paese già conosciuto e conquistato. E il tragico è questo: che mentre a un letterato non occorre esser altro che letterato, un poeta dev’esser anche letterato (cioè colto, secondo il suo tempo) e dominare con mano ferma questo groviglio di abitudini e compiacenze che è la sua letteratura.
Il suo cammino è quello delle anime sul ponte del Paradiso: un filo di rasoio o, se si vuole, una bava di ragno.
Che cosa significa che un poeta si fermi piú del lecito a sfruttare il paese?
Significa che finga a se stesso di non sapere quel che già sa.
Fonte della poesia è sempre un mistero, un’ispirazione, una commossa perplessità davanti a un’irrazionale terra incognita.
Ma l’atto della poesia, se è lecito distinguere qui, separare la fiamma dalla materia divampante, è un’assoluta volontà di veder chiaro, di ridurre a ragione, di sapere.
Il mito e il logo. Chi ha veduto una volta nella propria ispirazione, chi ha ridotto a parole, a discorso, articolandola nel tempo e nello spazio, l’estatica meraviglia dell’essere, si rassegni e a proposito del mito in questione non finga a se stesso, per rigustare il tormentoso piacere, una verginità che ha perduto. Se, beninteso, la sua occhiata, la sua riduzione del mito a figura, è stata esauriente e sovrana (e quest’occhiata non è mai folgorante; occorrono giorni e anche anni di tormentosi tentativi e di ricerche); costui può contentarsi e attendere con equanimità che dal groviglio della coscienza, del ricordo e della macerazione gli nasca una nuova verginità, una nuova ispirazione, un nuovo mito. Per ora dovrà contentarsi. O fingendo di non sapere quel che già sa, cincischiare il pubblicato mistero e farsi letterato.
Non è facile dire quando il poeta debba fermarsi.
Di solito la meraviglia gli è nata cosí dal profondo, e l’immagine creata – la prima preda della terra incognita – ha radici cosí tenere e sensibili nella sua sostanza spirituale, che staccarsene significa lacerare se stesso, restar vuoto come un guscio succhiato. Di solito la capacità di stupirsi, la ricchezza mitica, è in ciascuno una dote limitata, finita.
Come non esiste uno spirito che non possa, stando su di sé, cogliere nel suo fondo un barlume di mistero, una capacità sia pur esile di poesia (su ciò è fondata l’universale leggibilità dei poeti), cosí è ogni volta una eccezione, è esso stesso un prodigio, il creatore per cui questo barlume si allarghi irresistibile a paesaggio complesso, a multiforme, accidentata, inesauribile provincia.
Si aggiunga che la riduzione a figura, a chiara visione, a conoscenza mondana di un’estatica e rovente intuizione mitica può soltanto avvenire sul terreno di una fredda consuetudine tecnica, di un’acquisita esperienza culturale di avvenute riduzioni di vecchi miti a mondo organico e razionale, sulla esperienza insomma di passate estasi altrui già divenute letteratura.
C’è un senso in cui il poeta autentico non può non essere il piú colto dei letterati contemporanei.
Ma dunque il pericolo di abbandonarsi ad abitudini e compiacenze, di fingere a se stesso ispirazione e verginità, di prendere la scorciatoia di uno stile dato di vedere mistero dove mistero non c’è piú, è tanto piú immediato per l’autentico poeta, quanto maggiore è il numero a lui noto di comode strade già aperte, già spianate, e quanto piú impervia e singolare gli appare la strada dell’ignoto, dell’informe, dell’inespresso.
Va da sé che anche i letterati compiono opera proficua, e nulla è piú inconcludente della romantica crociata rivolta a sterminarli e umiliarli.
Ciò non soltanto perché i maggiori poeti affondano radici nel terriccio e nel concime della letteratura e ne sono nutriti e insomma composti per massima parte, ma soprattutto perché i letterati costituiscono l’ossatura del pubblico che ascolta i poeti e dànno una voce e un senso alle aspirazioni e risposte di questo pubblico ingenuo.
Ciò che è stato veduto e ridotto a chiarezza dal poeta, le sue prede nel paese sconosciuto, somiglia a quella fauna della savana e della giungla che il cacciatore ha catturato e che trasporta in paese civile.
Queste creature strane, ancora intrise di un fiero e primordiale sbigottimento, vanno ingabbiate, mostrate, spiegate, fatte vivere tra noi. Non serve stare sulle sue. Se fosse possibile moltiplicando e isolando tra noi i grandi capolavori poetici far tacere ogni altra voce, ogni commento, ogni volgarizzazione, avremmo fatto un lavoro come di chi riempisse i crocicchi con belve ombrose e feroci, e ne adibisse intanto le gabbie a carcere dei domatori e dei guardiani.
Sparirebbero insieme la vita civile e le belve, o meglio si assisterebbe a una nuova partita di caccia con spreco di vite, di tempo, e con indignazione degli stessi cacciatori.
Meglio riconoscere che fin che il mondo produce poesia – fin che giungono dall’ignoto mostri incantevoli o atroci – il compito dell’uomo civile è popolarne lo zoo e dar loro un nome e una gabbia, farne letteratura.
Ma che siano davvero mostri, miti incarnati, scoperte.
Non cani bassotti o tacchini.
Il mondo è pieno di chimere e di sorprese, ma soltanto quelle autentiche interessano al poeta, e soltanto quando a questi sia riuscito di costringerle a rivelare il loro nome esse interessano a noi.
Ora, non tutti si rendono conto di che cosa questo importi.
Una cosa da nulla.
Il poeta, in quanto tale, lavora e scopre in solitudine, si separa dal mondo, non conosce altro dovere che la sua lucida e furente volontà di chiarezza, di demolizione del mito intravisto, di riduzione di ciò ch’era unico e ineffabile alla normale misura umana.
L’estasi o groviglio in cui s’affiggono i suoi sguardi dev’esser tutta contenuta nel suo cuore, e filtratavi con impercettibile processo che risalga per lo meno alla sua adolescenza, come nel lento agglomerarsi di sali e di succhi da cui dicono che nascano i tartufi.
Nulla di preesistente, nessun’autorità esteriore, pratica, può quindi aiutarlo o guidarlo nella scoperta della nuova terra.
Questa è ormai cosa tanto a lui carnalmente interiore quanto il feto nell’utero.
Se egli sta veramente riducendo a chiarezza un nuovo tema, un nuovo mondo (e poeta è soltanto chi faccia questo), per definizione nessun altro può essere a giorno di questo tema, di questo mondo in gestazione, se non lui che ne è l’arbitro.
Inevitabilmente i consigli e i richiami che gli giungeranno dall’esterno, usciranno da un’esperienza già scontata, rifletteranno una tematica e un gusto già esistenti, cioè insisteranno perché il poeta sfrutti un paese già noto, finga a se stesso di non sapere quel che già sa.
A farla breve, gli interventi dottrinali, pratici, sia pure espressi da un consesso dei piú competenti colleghi, dei meglio intenzionati lettori o dei padri piú reverendi – non possono tendere ad altro che a respingere il poeta nella letteratura, a impedirgli di svolgere il suo compito specifico di conquistatore di terra incognita.
La costrizione ideologica esercitata sull’atto della poesia trasforma senz’altro i leopardi e le aquile in agnelli e tacchini. Detto altrimenti, instaura l’Arcadia.
Qui si vede l’importanza della cultura del poeta, quell’imperativo per cui nella sua vita quotidiana egli deve tendere a farsi il piú colto dei contemporanei. Se il poeta veramente ricerca chiarezza e attende a esorcizzare i suoi miti trasformandoli in figure, non va taciuto ch’egli potrà dire d’avercela fatta soltanto quando questa chiarezza sarà tale per tutti, sarà cioè un bene comune in cui la generale cultura del suo tempo potrà riconoscersi.
E che altro vuol dir questo se non che lo stile, il tono, il paese da lui scoperti s’inseriranno naturalmente nello storico panorama della sua generazione e contribuiranno a comporne il nuovo orizzonte, la consapevolezza, frutto come sono di un autentico stupore che soltanto i piú progrediti e spregiudicati mezzi d’indagine hanno potuto risolvere in umano discorso?
Ma, si badi, un autentico stupore vuoi dire uno stupore autentico, cioè non mentito, cioè quel residuo irrazionale che resta tale alla luce della piú scientifica teoria dell’epoca. Prima d’essere poeti siamo uomini, cioè coscienze che hanno il dovere di darsi, mettendosi alla scuola sociale dell’esperienza, la massima consapevolezza possibile.
Invece, tutti quei consigli, quegli ammonimenti che i responsabili di una generazione rivolgono ai poeti in quanto tali, sono a dir poco superflui, esteriori, indecenti, come i consigli che la madre usava un tempo dare alla figlia la vigilia delle nozze.
Il vero poeta se li è già rivolti da sé, facendosi colto. Meglio sarebbe esortare con vigore a cultura e consapevolezza i candidati alla vita sociale – i giovani letterati, ingegneri, seminaristi – e inculcar loro che la direzione della vita interiore è una sola, l’instancabile demolizione dei miti, la riduzione di ogni perplessità da stupore a chiarezza.
E poi, se qualcuno di loro annuncerà d’essere poeta e ne darà ragionevoli speranze, lasciarlo tuffarsi nel gorgo della sua inquietudine e stare a vedere l’effetto.
Nessun altro che lui può trovare la strada giusta, poiché lui solo conosce la mèta.

31 dicembre 8 gennaio 1949.
Pubblicato su «Il Sentiero dell’Arte», Pesaro, 15 marzo 1949.
e postumo su «Cultura e Realtà» n. 2 (luglio-agosto 1950)

Dall’imagine tesa

Posted in binari on agosto 29, 2006 by alivento

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.


Clemente Rebora

Mutante

Posted in binari on agosto 28, 2006 by alivento

Sii presente quando l’ente
non avrà più forma
e sarà composto liquido
contenuto nell’involucro quando
raggiunta la stazione eretta
deraglieranno i treni e la ruggine
raschierà le scorte di ferro dai vagoni.
I binari non avranno più le vene
e i globuli smagnetizzati
inietteranno ossigeno
all’innesco plastico della trasfusione.
Sii cosciente quando esploderai
in tremula fibrillazione
e le sclere candide dell’organismo
brilleranno nella notte della pelle
quando tra le spalle aride di sole
l’incerto brucerà assetato dall’ortica
e colando dal braciere
nel candore dell’altrove
filtrerà filo a filo mercurio chiodo
tra le dita.


Marombra

D’amore vorrei parlare

Posted in binari on agosto 22, 2006 by alivento

D’amore vorrei parlare
e di tormento
dice l’albero al vento.
Pressami la giugulare
fammi annegare
il sangue scende a fiotti
non respirare.
C’è altro oltre i tuoi occhi?
chiede l’alba al tempo
C’è altro oltre quell’acqua
che verde brilla e cade?
Aspettami nel sole
fammi liquefare
la cera delle ali
in gocce tiepide di mare.
C’è altro oltre le stelle
che vedo nella notte
di un cielo che di carne
ha il mormorio sensuale?
Splendore della pelle
la bocca da baciare.
C’è altro oltre il respiro
del fango nel pantano
le nuvole di pioggia
il sogno l’aquilone?
Liberami dal filo
lasciami volare
planare dentro il fosso
come rana gracidare.


Marombra

Ora storia

Posted in binari on agosto 21, 2006 by alivento

Questo post è il proseguo in chiave pragmatica del post precedente, mi sembra interessante tentare una contrapposizione tra testi.
Riporto qui di seguito una mia poesia nata a forza e per ispirazione dalla dialettica, disponibile a questo link
http://efraim.iobloggo.com/archive.php?eid=1107&y=2005&m=10#commenti_start ,
relativa all’essenza corporea o metafisica della natura umana

Terra promessa

V’amerò tutti un giorno
quelli che ho amato
e gli altri che da me
amati non sono stati.
V’amerò tutti un giorno
quando coi vermi sulla faccia
io perderò del tutto la coscienza
e di ogni oltre oltre la morte
ogni speranza e traccia.
Verrà il giorno santo
che respirerà infinito
l’anima del mondo
quando il maligno
sarà sottratto tutto
e saremo fuse essenze
nell’eterno trascendente.

Quel giorno sarà
quando l’odio sbiadirà
colando sullo sfondo
e trionferà imperante
lo spirito immortale.
Allora cesserà la farsa
e il gioco delle parti
dei buoni e dei cattivi
dei falchi e le colombe
allora sentirò lo squillo
risonante
le trombe del giudizio
universale.

Non sarà più male
si scioglierà il dolore
nonostante questo mio
povero cuore squartato
non sarò più carne
ma solo fiato
che vola s’innalza
si libra si fonde
e pieno e sereno
compresa ogni cosa
nel seno dell’Uno
si quieta e riposa.

Frammenti di Vento 16.10.2005

Nel proseguo un tentativo attuale di dare alla poesia un aggancio forte al presente nato dalla lettura del post di Erminia Passannanti.

Ora storia

A tentoni scavare nel fango
molle foglia sul fondo
di uno stagno.
Nella nicchia ricavare
un’ansa d’esistenza
alga anfibia o rapace
di sopravvivenza.
Le cose come sempre
sono (rane) prone
in attesa della redenzione.
Un libro da leggere un dvd
il letto sfatto bianche lenzuola
un copriletto in stile fotografico
ad alta risoluzione
l’ abat jour di faggio
col paralume di cotone.
La televisione singhiozza
a tratti brevi e lunghi
a morsi un ciclo di stragi
in deriva di soccorsi
una violenza infinita
senz’occhi e senza nome
riempie di grida le strade
senza uscita.
La centrifuga della lavatrice
da tre giorni gira impazzita
rombando in modo strano
forse crede d’essere aeroplano.

Marombra

Commento a "Nota sulla poesia dell’anima"

Posted in binari on agosto 20, 2006 by alivento
Questo il link del post di riferimento http://erodiade.splinder.com/post/8882989
Ho letto più volte la tua splendida nota Erminia e non perchè la condivida in toto, ma per meglio comprenderla e metabolizzarla, poiché ne trovo l’argomentare interessante e lucido, convinto e convincente.
Nulla tuttavia m’induce a credere che io possa pienamente sposarne il senso; non certo attualmente impantanata come sono in quella che tu definisci “poesia dell’anima” o “poesia che non va” ovvero ancora “pietosamente poesia dell’autoinganno” (definizione quest’ultima davvero efficace), né d’altra parte che io possa farlo in futuro.
Sposare l’atteggiamento critico contenuto nel tuo scritto in ogni suo enunciato infatti significherebbe abdicare rispetto a scelte che permeano, o comunque di frequente emergono in modo diretto o indiretto, nelle espressioni letterarie di un autore che parla d’oltre e d’assoluto, scelte che non sono atteggiamenti e costruzioni di stile ma costituiscono il substrato della propria formazione morale e spirituale e dei propri convincimenti interiori.
In primo luogo per un poeta dell’anima significherebbe disconoscere il credo, tanto radicato e profondo quanto cieco, ottuso, deprecato, orgoglioso, presuntuoso (così almeno secondo possibili definizioni di coloro che non credono) dell’esistenza di un’esistenza trascendente, che poi significa ammettere l’esistenza di una parte umana non corporea, e quindi di un’anima, che poi significa pure credere nell’esistenza di un essere creante, eterno, onniscente, onnipotente. Nel loro insieme o, a seconda delle circostanze, presi in considerazione ad uno ad uno, questi convincimenti rappresentano quell’Altrove “che da qualche parte deve pur stare, quasi certamente di celeste” che tanto spesso appare nella poesia e nell’espressione letteraria in genere, che tante volte costituisce il rifugio dal dolore, la speranza in un regno che debba venire o sia da raggiungere o, se si vuole, più pragmaticamente e laicamente, debba essere costruito su questa terra, dove impereranno supreme: pace, giustizia e verità, e ancor prima e più importante di tutti Amore, ovvero l’interesse di tutti, oppure di Uno, per tutti, in dosi tali da soddisfare pienamente quell’inesauribile bisogno di tutti. Insomma un’utopia in terra e una speranza, non so quanto fondata, in cielo, ma comunque la si metta si tratta pur sempre di un Altrove in contrasto appunto al mondo reale che appare sempre più truce, orrido, in rovina, (rovina che è un continuo divenire, intensificarsi, precipitare senza fine da secoli e secoli) che tale appare spesso, se non costantemente, anche agli occhi dei poeti dell’anima.
Del resto mi sembra che una poesia dell’anima esista da sempre, dal suo stesso nascere come genere, probabilmente perchè nella ricerca interiore l’uomo non può prescindere dal confrontarsi con argomenti che non hanno risposte in termini di prova e certezza e, pur quando siano affrontati con fede, conducono a convinzioni che si alternano sempre a fasi di dubbio; il dubbio apre la strada al desiderio, alla tensione, all’aspirazione e, per questa via, alla poesia dell’anima che, pur quando sia espressa in termini di certezza, tale quindi da apparire una “verità assoluta”, rappresenta sempre, o almeno frequentemente per quel che mi riguarda, un sogno, una visione, una proiezione, una speranza d’eternità.
D’altro canto non è il fatto di negare il valore della poesia dell’anima a riportare certamente e per converso la poesia ad essere una poesia “d’ora e di storia” (bellissima definizione anche questa); una poesia di divenire e negazione di verità assolute, che si rapporta al presente, alle individualità, al circostante, poesia del relativismo e delle tenebre contro la poesia della luce che è appunto la poesia dell’anima, quella che non va. Non è detto che il solo fatto di rapportarsi così diversamente al presente ed alla poesia di per sé sia utile a fare della poesia e una poesia che vada. Casomai questo permetterebbe una poesia più vicina al presente Non è detto che sia questo presente giusto il tempo di una poesia delle tenebre o per meglio dire, solo di tenebre.
Perchè non pensare invece ad una poesia di tenebre e luce, di ora e d’allora, di presente e di storia, di verità e dubbio, d’assoluto e d’orrore. Una poesia che sia esattamente com’è l’uomo: una mescolanza inestricabile d’eccelso e di fango, d’escrementi di cane e polvere di stelle? Perchè costringerlo sempre e comunque a strisciare raso terra, a confrontarsi con la realtà, a vederla quale essa è, a non poterne e volerne una diversa attuale o futura, empirica o trascendentale comunque migliore? Perchè impedire allo spirito di volare, oltre il dubbio, l’incertezza, il dolore, la nefandezza di cui l’essere umano, è capace, anche se questo significhi rifugiarsi nell’illusione? Non è forse dalla fantasia, dall’immaginazione, dalla speranza, da quelle che in definitiva gli increduli definiscono illusioni, che muovono le più grandi rivoluzioni? Privilegiare uno sguardo di disincanto e crudezza, di praticità e realismo non significa ancora di più costringere il pensiero a volare basso a guardarsi nella pienezza della propria infamia impedendo qualunque forma di catarsi, liberazione, speranza o illusione di riuscire ad essere o diventare noi stessi (singolo e collettività) migliori?
Non ti sembra che, posta in questi termini, la poesia dell’anima diventi la più radicale forma di dissenso politico?
Diverso il discorso sul cercare altri e nuovi modi di far poesia dissidenti o alternativi o relativisti, minimalisti o di debole pensiero, scientemente votati a negare ogni afflato lirico, verticalità e intimismo e preferire una ricerca che
“Non sempre trova rime
che siano adeguate
a disporre sul foglio
le stime meditate”
e
“discorsi nuovi
che non sian triti enigmi
vuoti rebus e sciarade
d’una sciatta retorica
che sfiata, stracca e vecchia.”
E’ libera la strada della ricerca e non è una sola e molte strade devono essere battute per trovare una via maestra.
D’altra parte ritengo (secondo i saggi insegnamenti di Stefano dei quali ahimè spesso constato sulla mia pelle la verità) che ogni qual volta si cerchi di fare della poesia strumento nelle mani dell’autore essa perde gran parte del suo fascino per diventare arnese e dunque materia pratica piuttosto che eletta, efficace più che maledetta, né ombra né luce ma realtà e presente, singolarmente rigida incapace di decollare, trasportare, coinvolgere. Materiale inerte forzato entro i limiti angusti dell’idea/ideologia che si vuole esprimere. Non intendo ovviamente che la poesia non possa avere forti messaggi politici, ma non sarà bella poesia quando essa sia strumento nelle mani del poeta bensì lo sarà quando nell’intimo, nel profondo, nel costante pensiero del poeta, di quel poeta, alberga potentemente l’esigenza di manifestare il dramma che lo squarcia, l’ansia che l’attanaglia, la protesta che lo rode e che si fa in parole poetiche preciso messaggio politico/ideologico, tanto più forte e coinvolgente quanto forte è l’esigenza che macera l’animo dell’autore.
Diverso ancora e infine il discorso di coloro che fanno poesia dell’anima e perciò stesso ritengono d’essere una categoria d’eletti (credo d’aver già espresso il mio pensiero circa un’elezione che più che altro ai miei occhi, in un vero poeta, appare piuttosto come una “maledizione) che chiusi in esclusiva casta guardino con disprezzo il mondo degli “altri” “.
In verità quando far poesia diventi un atteggiarsi, un porsi in maniera superiore altezzosa rispetto agli altri, allora davvero di poeta e poesia non è rimasto più niente in quel gruppo di presunti “eletti” se non un saper districarsi con artificio nell’uso delle parole e dintorni alla ricerca di una bellezza delle parole che è falsa perchè muove dall’aridità del cuore e delle mente di persone alla quali manca la consapevolezza d’essere l’umile fango nel quale nasce la vera bellezza.

Momentanea

Posted in binari on agosto 1, 2006 by alivento

vacanza.

A rileggerci a fine agosto.

Abbracci agli amici cari.

Alivento