Dall’imagine tesa

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.


Clemente Rebora

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4 Risposte to “Dall’imagine tesa”

  1. Universalmente riconosciuta come il capolavoro di Rebora, “Dall’immagine tesa” sta sulla soglia della conversione: scritta nel 1920 e posta in chiusura dei Canti anonimi, questa lirica sigilla la produzione “laica” del Nostro.

    Poesia dell’attesa, o meglio dell”‘Atteso”, è reputata da Margherita Marchione «la lirica italiana più religiosa e vibrante del nostro tempo»; e Stefano Jacomuzzi la definisce «uno dei più alti canti religiosi dell’arte contemporanea».

    Strutturalmente è divisa in due parti di tredici versi ciascuna.

    Nella prima, costruita su una fitta serie di affermazioni e negazioni, il corpo è teso a vigilare l’istante, all’erta come sentinella (o come le vergini prudenti: imminente è l’arrivo dello Sposo). «Nell’ombra accesa» (ardito ossimoro), nel buio dell’incertezza in cui scintilla l’attesa, il poeta spia quel silenzio gremito d’impercettibili suoni, profumati e leggeri come polline (splendida la sinestesia: «polline di suono»!).

    Lo spazio, nell’immobilità sospesa e colma di stupore, pare dilatarsi all’infinito.

    In esso il poeta, che tre volte ribadisce «non aspetto nessuno», pre-sente di essere sull’orlo di una rivelazione.
    L’«immagine tesa» dell’incipit – spiegherà Rebora ormai vecchio – è «la mia persona stessa assunta nell’espressione del mio viso proteso non solo verso un annunzio a lungo sospirato, ma forse (confusamente) verso il Dulcis Hospes animae».

    La seconda parte della lirica, aperta dall’avversativa «Ma», afferma perentoriamente che l’Ospite atteso «verrà» (sei volte ricorre l’anafora).

    Fragile è la mia capacità di vigilanza, sempre minacciata dalla distrazione – dice il poeta – ma, «se resisto» nell’attesa, non potrò non assistere al Suo impercettibile «sbocciare» (dunque era Lui – l’Ospite – a spandere «un polline di suono»).

    La Sua venuta sarà un avvenimento «improvviso», imprevisto (qui come già in Péguy); e porterà il “per-dono”, il grande dono della vittoria sul peccato e sulla morte (qui la concezione è già pienamente cristiana, sebbene la conversione accadrà solo nove anni dopo).

    Verrà come certezza che c’è un «tesoro», per acquistare il quale vale la pena vendere tutto; dolori e pene permarranno, ma abbracciati da un «ristoro» umanamente impensabile.

    «Verrà, forse già viene»: «La Presenza è alle soglie e chiede un totale tremante silenzio perché possa essere udito il suo discreto “bisbiglio”» (Jacomuzzi).

    Testimoniando la propria fede a Eugenio Montale, Rebora – negli ultimi anni di vita – tornerà su quel bisbiglio: «La voce di Dio è sottile, quasi inavvertibile, è appena un ronzio.
    Se ci si abitua, si riesce a sentirla dappertutto».

    (Roberto Filippetti)

  2. alivento Says:

    Trovo questa poesia di Rebora, come ho già detto nei commenti al post precedente, bellissima.
    Un capolavoro che resta tale pur nel trascorrere del tempo, oltre le mode e i gusti del momento. Vibrante è la parola che meglio sussume la grande tensione/sospensione in essa racchiusa.
    Mirabili le espressioni già da te sottolineate “polline di suono” e nell’ombra accesa” ma anche mirabile il ritmo di tutto l’insieme scandito dalle ripetizioni di alcune espressioni e del verbo “verrà”; le assonanze le rime che conferiscono alla composizione un tempo, un battito praticamente perfetto.
    Trovo singolare e significativa anche la chiusa, la parola “bisbiglio”, che si contrappone acusticamente a tutto il resto, sia nel senso, poichè il bisbigliare si avverte appunto con l’orecchio, sia nel suono contenendo questa parola gruppi di consonanti e vocali associate che non si riscontrano nel resto del testo, sia infine per l’immagine che evocano di un sentire sommesso in avvicinamento.
    Grazie Artur di questo commento.

  3. alivento Says:

    Ef, se leggi, questa mi sembra un’ottima occasione per qualche tuo commento caustico (“bonario” s’intende)

    😛

  4. Anonymous Says:

    anch’io pensavo che fosse tua fino a verrà quasi perdono. ciao a.

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