L’attenzione (intermezzo)

C’è qualcosa che mi esalta
nel modo in cui proponi le tue idee
abbassi la voce, ti atteggi pensosa
e leggi il segreto dei pensieri…
C’è un non so che di soffice
e nebuloso nel tuo sguardo
quando parli delle tue storie
e torturi qualcosa con le dita…
Ma quando avverrà, quando capirai
la nostra vita è un film
è un palazzo di ghiaccio in riva al mare…
C’è un mistero sotto la tua pelle,
il sogno di un profumo
di terre lontane, di vicine armonie
di rivoli di lacrime
ma quando accadrà, quando ti volterai
la vita finisce dove inizia il cielo
e non hai le scarpe giuste
per camminare sopra l’arcobaleno

Arturblord

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16 Risposte to “L’attenzione (intermezzo)”

  1. alivento Says:

    Avrei dovuto postare adesso l’Atto di dolore laico che invece posterò a seguire.
    Questo post è un modo per ringraziare Artur della sua delicata attenzione nei miei confronti.

  2. si va scalzi
    sull’arcobaleno
    e sul tappetone
    e ovunque ci va
    è belloooo

    §

  3. Lucio, come ti appare la mia risposta allo zio Artur?

    Così fu un pugnale
    che aprì il varco
    e lo squarcio.
    Così nacquero parole
    ovvie per molti versi
    ingnote.
    Nel petto nudo l’incendio
    nell’ileo il bisturi tremendo
    che scava l’ordine
    fino in fondo che rivolta
    le zolle.
    Astro nascente e puro
    gola calda diletta
    sia la tua voce alba
    sia questa strada
    sopraelevata alta.

    Lucio di’ a mamma lucia di venire a trovarmi che di maschietti sono piuttosto sazia…e mai contenta :)))
    Mi mancano le amichetteee gne gne gne

  4. LA STRANIERA

    E… dimmi: non ti trema il cuore a parlarne,?

    LA CIECA

    No.
    Non è così remoto ormai!
    Era un’altra.
    La creatura che vedeva, che viveva allora gioiosa, guardando – è morta.

    LA STRANIERA

    …E fu la sua morte, straziante?

    LA CIECA

    La morte è sempre straziante a chi non la attende.
    Occorre una gran forza a sostenerla.
    Anche quando muore un estraneo.

    LA STRANIERA

    … E t’era dunque estranea, colei?

    LA CIECA

    Dirò: mi è divenuta estranea.
    La morte rende estranea perfino la madre al figliuolo.
    Ma, nel primi giorni, fu orribile.
    Il mio corpo era una sola ferita: tutto.
    Il mondo che per entro ogni cosa germoglia e fiorisce, mi parea come sradicato da me, co ‘l mio cuore.
    Ed io giacevo là, rovesciata, come la terra sconvolta dall’aratro; e bevevo, dischiusa.
    La gelida pioggia delle lacrime che stillavano sommesse dalle mie spente pupille inesauste. così come dai vuoti cieli – quando Dio è morto – ricadono le nubi sul mondo.
    Ed io ero tutta udito: un udito spalancato e proteso.
    Avvertivo anche le impercettibili cose: il fluire del tempo su’ miei capelli; il tinnulo risonar dei silenzio contro sottili cristalli.
    Avvertivo su le mie mani, vicino vicino, come il respiro d’una gran rosa bianca.
    Ed insisteva in me tenace il pensiero: Notte; e mi parea di scorgere una striscia luminosa che sarebbe a poco a poco cresciuta come la luce dei giorno; e mi parca d’avviarmi verso un’alba, che riposava invece tra le mie mani, da tempo.
    Quando il sonno mi ricadeva greve, di colpo, giù dalle tenebre del volto, io destavo allora mia madre, gridando – «Mamma! Mamma! Vieni! Fa’ luce!».
    E rimanevo a lungo muta, con l’orecchio in ascolto.
    E sentivo a poco a poco sotto il capo divenirmi di pietra i cuscini.
    Poi, era come se, d’un tratto, io vedessi brillare qualcosa: il pianto disperato di mia madre, cui non voglio, non posso più ripensare. «Luce! Luce! », gridavo spesso nel sogno. «Toglimi via dal volto, dal petto l’immensità dello spazio!
    Sollevalo alto da me!
    Rendilo, mamma, alle stelle!
    Non posso più vivere così, sotto il peso di questo incommensurabile cielo!…
    Ma parlo a te, mamma?
    Chi origlia dietro la tenda?
    L’inverno, mamma?
    O l’uragano?
    Mamma, la notte?
    Rispondimi!
    O il giorno?…
    Il giorno.
    Senza di me?
    Dunque, io non manco?
    Nessuno, nessun luogo avverte che manco?
    Nessuno domanda di me?
    Si son, dunque, tutti dimenticati di noi?…
    Di noi?
    Ma tu sei là, mamma.
    Ed hai ancora tutto per te.
    Non è vero?
    E le cose universe non sono elle ancora intente a dar gioia agli occhi tuoi? …
    Se le tue pupille sprofondarono nel sonno perché erano tanto stanche, risaliranno – vero?
    Le mie, tacciono.
    I fiori han perduto le tinte.
    Sono gelati gli specchi.
    Contorta ogni riga su le pagine de’ miei libri.
    I miei uccelli, spauriti, svolazzano pei vicoli.
    Si feriscono contro i gelidi vetri delle finestre.
    Non v’ è più cosa che sia legata al mio corpo.
    Abbandonata da tutti.
    Sono un’isola deserta ».

    LA STRANIERA

    … Ma io son venuta pei mari.

    LA CIECA

    A quest’isola?…
    Venuta pei mari?…

    LA STRANIERA

    E ancora sto dentro la barca.
    L’ ho accostata, piano, a te.
    Si dondola adesso sui flutti.
    Una bandiera sventola verso terra.

    LA CIECA

    lo sono un’isola tutta deserta.
    Ma in rigoglio.
    Da prima – quando i vecchi sentieri correvano ancora per entro i miei nervi, guasti dall’esser troppo battuti, – anch’io atrocemente soffrivo.
    Tutto mi traboccava, sfuggiva dal cuore: non so verso quali sbocchi irrompendo.
    Dopo, li ritrovai tutti i miei sensi sfuggiti…
    S’eran tutti raccolti contro i miei occhi murati ed immobili.
    E vi facevano contro impeto in ressa, gridando.
    lo non so per quanti anni stettero i miei sensi, così.
    Ma so i giorni in cui tornarono indietro, esausti, spossati.
    E più non riconoscevano nulla.
    Poi, un. sentiero emerse, si scavò, si slanciò verso gli occhi.
    Non so più quale.
    Perché tutto s’aggira adesso dentro di me, impavido, con passo sicuro.
    Per la tenebrosa dimora del mio corpo, i miei sensi vanno adesso, come convalescenti.
    E son beati di andare.
    Se ne stanno alcuni reclini, assorti nelle memorie.
    Ma altri – i più giovini e freschi – guardano fuori.
    Perché là dov’essi affiorano alla superficie del mio corpo, diviene questa, per incanto, cristallo.
    E la mia fronte, vede.
    E la mia mano legge poemi nelle mani che stringe.
    Con le pietre, cui sfiora, parla sommesso il mio piede.
    Ed ogni uccello prende con sé la mia voce, la distacca dalle pareti del giorno.
    Nulla più adesso mi manca.
    In suoni e in profumi si son tramutati i colori.
    E cantano, infinitamente soavi.
    Libri?
    Perché?
    Sfoglian le chiome degli alberi, le tenui dita del vento.
    E io so le parole che ne sfuggono.
    E le ripeto, a volte, sommessamente, fra me.
    E la Morte che spicca in eterno le umane pupille come fiori, cercherà invano le mie.

    LA STRANIERA

    (con un soffio:) So.

  5. alivento Says:

    Artur, nel caso ripassassi di qui, sappi che stasera idealmente vorrei abbracciarti forte.

    Rammenti quanto ti dissi?

    Lasciarsene prendere è seguirla e/o soffrirne

  6. Quando si grida, foss’anche nel deserto, c’è sempre qualcuno che ci ascolta.

  7. alivento Says:

    si 🙂
    io grido pure, nella gabbia, voglio che il mio grido rimbombi più forte, trapassi le grate, esploda nel buio

    però, per sdrammatizzare, ancora devo focalizzare la luce da diffondere 🙂

    credo sia tutto un problema di libertà, Artur

  8. alivento Says:

    e di buon gusto pure

  9. Canta che ti passa

  10. Com’è il dialogo di Rilke?

  11. alivento Says:

    lo sento molto vicino a me: grandioso e tragico 🙂

    perchè l’hai postato qui?

  12. Non sapevo se l’avevi mai letto.
    Ogni tanto metterò qualche link per farti leggere qualcosa

  13. alivento Says:

    grazie 🙂
    apprezzo anche il fatto che tu provveda alla selezione, non ho molto tempo per leggere

  14. Ma i mii gusti non sempre coincidono con i tuoi

  15. con un perfetto aplomb avrei voluto rispondere “e chi se ne..? tu postali!” 😉

    invece dico che invece i nostri gusti coincidono alquanto

  16. Mi fu difficile accompagnare il giusto
    perchè il suo senso dell’onore non sentivo
    erano cinque i sensi in discussione
    ma io presi il vietato e me ne andai

    furono giorni di malcelata angustia
    quelli passati a schivare il destino
    ma giunto a quel fatale incrocio
    presi a sinistra

    e mi trovai su quell’oscuro sentiero
    che porta a piazza Incertezza.

    ARTUR

    BUONANOTTE

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