Do ut des

Tutto è dovuto
ogni mio fiuto
e fiato
ogni ansimare errato
che nel dare si conclude
nel gesto conclamato
d’offerta estirpamento
la vena risucchiata
il caso mancamento.

Non posso più donare
parole al vento
e l’ombra al mare
svuotarmi le tasche
i colletti dalle giacche
non posso più sostare
abbacinato restare
legato al mio palo
a una panchina
succhiare una linfa
che nutre letale
il cordone ombelicale.

Se di luce posso correre
se di vita slegarmi
se svanire se posso
io posso d’istinto
catapulta nel vuoto
trapassare lo schermo
flessibile del mondo
e morire schiumando
l’ira intera dell’immondo.

Marombra

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15 Risposte to “Do ut des”

  1. paoletta paoletta, vedi hai fatto scappare tutti i miei amabili commentatori

  2. oppure è l’uso spiazzante della persona maschile

  3. vabbè, pazienza
    abbracci sparsi a chi passa di qua

  4. ne ho combinata una?
    dici che è a causa mia?
    e poi cosa avrò mai detto…
    non ho di questi poteri…
    ma se tengono a te, torneranno, no?
    se è bastato così poco a destabilizzare
    no, dai, non ci credo.
    fammi sapere se devo cospargermi il capo di cenere… che arrivo subito.
    paola

  5. Certo che tornano, almeno spero, almeno prima che vada via io…

    certo Paola che tu c’entri…c’è tanto spazio qui e cospargiti pure il capo di cenere chè domani è mercoledì

    ah, ti leggo sai ma sul tuo blog si deve commentare previo login, mi pare, dunque taccio

    Infine, come vedi, la tua preoccupazione era eccessiva la mia fonte d’ispirazione e disperazione è autoreferenzialissima ahimè, (vado avanti così assorbendo e metabolizzando, rielaborando e cercando quel che non c’è dal lontano 2003, oltre 300 poesie non pubblicate e un centinaio presenti qui) dunque i commenti che commentano la forma non intaccano nulla di quel che lì, in un sotto fondo oltre irragiungibile, stratificato sta.
    In altri termini, Paola, i miei amici non mi demolivano, mi degnavano d’attenzione, si dialogava o disquisiva, si faceva parte e spartizione di quanto creato e in quest’atto lo si esaltava, vivificava. Ecco.
    Baci e assumiti le tue responsabilità :), visto che sei rimasta l’unica, commenta commenta commenta qua qua qua.

    PS. se non si fosse capito son tornata di buon umore 🙂

  6. Ah, la forma, Ali, tu che ne fai tesoro: io che sto mutando così radicalmente nel ritmo e nello stile, penso che la funzione della forma, in poesia, sia quella di conservare inalterato il contenuto, e dunque essa /la forma/ si mostri come un contenitore, come un limite; ma, immancabilmente /la forma/ finisce per trasformarsi in una prigione. Per fare in modo che il contenuto non sia bloccato e imprigionato in una forma, occorre uscire da essa e riversarsi col nostro contenuto in una nuova forma.

    Il movimento, l’aggiornamento, la ricerca, è la legge del linguaggio. Il linguaggio è uno stillare costante che ha bisogno di nuove forme per esprimersi. Dopo un certo tempo, è la parola-/vita/ stessa a rompere le forme, poiché necessita di nuovi conduttori per manifestare nuovi tesori, nuove vie lattee, nuovi splendori. Ecco perché, sostengo personalmente che avanzando in questo percorso poetico, le forme devono essere abbandonate per permettere altre nuance, altre performance più sottili. Il mio stile attuale viene definito: *prosa poetica* e mi sta bene, ma a mio avviso ogni forma poetica non dovrebbe essere etichettata, ma solo riconosciuta in una nuova forma di poesia (sempre se poesia è, naturalmente).

    Brava, comunque! Molto brava!
    Swan

  7. @ Ali.
    vedi?
    stessa cosa che (mi)dico io.
    DA ANNI.

    adesso c’è il boom (orrore! starà diventando una moda ri-modernata?) del tentativo di far nascere una forma dalla parole stesse.
    assecondare la natura dello scorporo emozionale che ci portiamo dentro e che non potrebbe emergere altrimenti-

    e non ti dico quante me ne sono sentita dire per questo mio procedere. ah ah ah ah ah
    adesso me la rido.
    amen.
    un caro saluto e stima
    (ho sempre pronta la cenere)
    paola

  8. @ paola:
    se ti riferisci a me, quello che mi sono permessa di esternare è un punto di vista che ho da sempre sostenuto! “DA ANNI”: “ahahah”, non credere di detenere alcunché, piccola…
    swan

  9. inoltre, linguaggio in libera uscita o no, quando manca di poesia, quando è meglio leggerlo lontano dai pasti, quando è solo una posa, allora è meglio che se ne stia a casa.

    mi cospargo il capo di cenere, sì e chiudo l’argomento che poi faccio troppi danni. 🙂

    swan

  10. Ali.
    mi scuso io per il linguaggio acidulo della tale che ha risposto sopra nei miei confronti
    e poco rispettosa del fatto di non essere a casa sua.
    comprendo la sua ossessione di volere essere nei pensieri di tutti (ma non calcolata dal mio e ciò le rode assai) come comprendo che evidentemente predica bene ma razzola male, ahimè.
    (nel senso che dovrebbe stare posata a casa ma è sempre in giro, spesso inopportuna)
    passo e chiudo
    p

  11. d’accordo, d’accordo: serenamente mi scuso anch’io con la cara ali e considerando che sono spesso inopportuna vedrò di non passare più da qui. credo che a questo punto sia veramente il caso. 🙂 tutto il bene! nadine

  12. senti, signorina cigno. io e te abbiamo già avuto una discussione altrove e tu te ne sei andata. tipico il tuo andarsene. qui tu ne fai una questione privata ma ti ricordo che questo è il blog di Ali che nulla ha a che vedere con me se non per la stima che ho di lei e per certi scambi di opinioni
    giusti o sbagliati che siano, che sono partiti da me e di cui mi assumo tutta la responsabilità,
    che ci sono stati tra noi. quindi, “non passare più di qui” non fa un dispiacere a me – che me ne impippo delle tue circonvoluzioni trasversalmente voltemi all’offesa, ma ad Ali. se questa è tutta la tua dimostrazione di stima alla poetessa che Ali è, beh. vedi tu. applausi e tocchiamo ferro.
    p

  13. cara signorina paola, non me ne vado per te: pure io me ne impippo altamente di te, da un pezzo, si può dire da sempre: ma non l’hai ancora capito? me ne vado per riguardo ad ali, perché è già il secondo episodio che mi distingue in un battibecco, e siccome io ho poche misure, oltrepasso il limite dell’educazione facilmente. quindi: me ne vado proprio per non creare disagi alla padrona di casa. tu, non fai proprio testo. almeno per me.

    nadine

    ps: in quanto all’educazione, ahaha… paola, lasciami ridere, pensando alla tua.

    chiudo. tranquilli tutti. 🙂

  14. Bene, a giudicare dal sorrisi inframmezzati ai discorsi, nonostante la vivacità del confronto, non mi pare si sia trasceso in niente, dunque proseguite sempre a discutere (più o meno così) che mi va anche bene.
    Tralasciando la discussione sul primato e l’originalità della forma che, francamente, non mi sembra produttiva di alcunchè, giacchè non è tra noi tre che si stilano le grandi strade della poesia della sua forma o (in)forma nuova, preferisco dirottare il discorso sulle mie innocue considerazioni personali.
    Swan, dirmi che io curo molto la forma è un piacere per me, i miei primi passi infatti erano molto vacillanti in quel senso, i miei non versi detti “scalcinati” -testualmente – e senza che questa (che di tutte è stata l’espressione più benevola e franca)e le altre più ammiccanti e più o meno velate critiche, provocassero in me alcun senso di mortificazione. In altri termini avevo ed ho tanto da dire che ritengo di poter continuare a dire… anche se ad ogni passo mi pare che tutto quel mare debba svanire. La forma è solo l’abito che veste il corpo. L’abito non fa il corpo, non fa il monaco, non fa il poeta.
    Ah un’altra definizione della mia poesia “un bellissimo canto dentro una poesia orribile”, io sto camminando nel senso di lasciare ancora sgorgare quel bellissimo canto e farne una bellissma poesia.
    Ecco mi sono parlata addosso abbastanza. UAU come sono presa di me. 😀 Sembro sempre più vera. Bacioni colleghe poetesse e non denigrate l’una la poesia dell’altra che non ci facciamo nessuna bella figura noi donnette.

  15. Swan, questa la vengo a postare sul tuo blog.
    OK? 😉

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