Geniali e (presunti) fannulloni

Generalmente non lo faccio (di riportare pari pari un articolo d’altri), tuttavia questo non è soltanto attuale, ma anche spiritoso, equilibrato, intelligente.

da La repubblica

commento di Francesco Merlo

CI FOSSE stato l’agitatissimo Renato Brunetta a capo dell’Agenzia praghese delle Assicurazioni Generali, l’impiegato Kafka che, come uno scarafaggio, si imboscava negli angoli bui e stava lì a tossire e a scribacchiare improbabili lettere al padre, sarebbe stato licenziato in tronco come fannullone. Avremmo perso una manciata di capolavori ma – vuoi mettere? – Brunetta avrebbe dato una lezione esemplare a quello spilungone dissipato di Franz che era capace di fissare a bocca aperta la vecchia Remington in preda a chissà quali incubi d’ufficio che ben sapeva utilizzare – il furbacchione – a fini letterari. 

Anche a quello scansafatiche di Italo Svevo Brunetta avrebbe prima decurtato lo stipendio di almeno il trenta per cento e poi lo avrebbe cacciato giudicando intollerabile quel suo doppio lavoro di scrittore clandestino senza coscienza aziendale. 

Ora, sappiamo bene che tra gli impiegati pubblici d’Italia non ci sono né Kafka né Svevo e forse neppure Dino Risi il quale diceva con Conrad: “Non riesco a far capire a mia moglie che, affacciato alla finestra, sto ancora lavorando”. Ma sappiamo che c’è qualcosa di calvinismo strapaesano e di “tu vò fa l’americano” (o forse il giapponese), e c’è soprattutto qualcosa di ingiusto in questa ossessione del ministro non tanto contro l’otium dell’operoso Seneca quanto contro il dipendente pubblico italiano che sempre più somiglia a un imputato che ogni giorno deve provare la propria innocenza.È al contrario vero che nel nostro Paese l’impiego pubblico è stato colpevolmente allargato a dismisura dal fascismo e dall’antifascismo perché è sempre stato il modello di tutti i governi italiani, di destra e di sinistra, che così trasformavano i disoccupati in clienti politici. Insomma, mille professori politici, come è Brunetta, e mille intellettuali ministri come è Brunetta – anch’essi, come vedremo, oziosi nel senso latino – hanno devastato il pubblico impiego, specie nel Meridione, usandolo a fini anticongiunturali.
Così, per esempio, già nel 1920 Salvatore Quasimodo fu assunto a Roma al ministero dei Lavori Pubblici e distaccato al Genio Civile di Reggio Calabria per fare nulla. Il politico che lo raccomandò pensava di legare a sé e alla propria scuderia di partito un povero meridionale senza arte né parte e non certo di formare un premio Nobel per la poesia.

E però se peccato vi fu contro la morale pubblica – e non è questione di retorica – non lo commise certo Quasimodo che solo nel gergo brunettiano fu un fior di fannullone, più o meno come quei ventuno impiegati di Reggio Calabria che hanno la sola funzione di registrare la loro inutile presenza in ufficio. Ma, come scrisse Albert Camus, “togliete ad un impegato i suoi documenti da ricopiare e da catalogare e ne farete un accidioso e, all’occasione, un criminale”.

E difatti psicanalisti, economisti e poeti sanno bene che non esistono persone che hanno per aspirazione il non far nulla. Al contrario, a faticare di più sono appunto quelli che sono stati assunti proprio per non lavorare, che è l’attività di lavoro più dura che possa capitare all’impiegato di concetto, all’intelletuale. E basti pensare ai professori universitari – anche Brunetta lo è – che infatti non si contentano del doppio lavoro ma arrivano al triplo e al quadruplo, con le consulenze, gli articoli, la politica.

Insomma, non si capisce perché il doppio lavoro porti lustro e credito sociale al professore universitario e al barone accademico che tanto più è stimato quanto meno si fa vedere all’università, e porti invece decurtamenti dello stipendio, licenziamento, disprezzo, ammiccamenti e smorfie moralistiche all’impiegato di concetto che di sera si trasforma in piccolo muratore.

Eppure Brunetta crede di essere il nuovo Falcone italiano perché, nel Paese degli abusivi e degli evasori, dei conflitti di interesse e delle mafie, dichiara guerra al bidello che smonta alle due del pomeriggio e poi, a partire dalle quattro, va a fare le pulizie in un condominio. E vuole licenziare non il barone universitario che porta in cattedra moglie, figli e parenti vari, ma l’operaio comunale che, terminato il normale turno, sale sulla sua Ape carica di attrezzi e gira per le case di campagna, e ora aggiusta un rubinetto, ora monta un lampadario, ora sostituisce un interruttore. Il ministro vuol mettere alla gogna l’usciere del tribunale che usa il proprio tempo ‘libero’ per lavorare e poi ancora lavorare nello studio di un avvocato o in quello di un notaio o, comunque, dove può.

Tanto più che Brunetta finge di stupirsi perché i dipendenti pubblici che vogliono fare il doppio lavoro non accettano il part-time che corrisponde, più o meno, al dimezzamento dello stipendio e dunque della pensione. Ma quale impiegato sano di mente sarebbe disposto a rinunciare a quella metà dello stipendio che forse poi potrebbe, nel migliore dei casi, riguadagnare grazie a un doppio lavoro autonomo che è sempre precario, incerto e talvolta persino virtuale? Ed è bene ricordare che stiamo qui parlando di piccole cifre, di modesti arrotondamenti, di poveri bilanci familiari. E non certo delle ricchezze che, grazie al doppio lavoro, riescono ad accumulare, per esempio, certi medici o certi docenti di diritto amministrativo o ancora molti deputati e senatori, che come ha documentato ieri Tito Boeri, “rendono il mandato ricevuto dagli elettori una fonte di reddito permanente” tessendo una scandalosa ragnatela di conflitti di interesse.

Già Antonio Di Pietro quando fu ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo Prodi cercò di trattare il pubblico impiego come aveva trattato il Psi di Craxi (e di Brunetta). Di Pietro propose infatti che “laddove – è puro dipietrese – il dipendente pubblico non riesca a giustificare il proprio tenore di vita è meglio disfarsi di costui piuttosto che aspettare che intervenga il giudice penale: sarebbe troppo tardi e poco selettivo”. Ebbene, alla fretta etica di Di Pietro è ora subentrato l’iperattivismo di Brunetta che sta cercando di far saltare l’Italia dentro un nuovo cerchio di fuoco.

Sogna infatti “negli uffici pubblici la stessa efficienza della Ferrari, della Brembo o di Versace”, vorrebbe attizzare uno scontro di civiltà tra fannulloni e iperattivi, tra depressi e nevrotici, tra brevilinei e longilinei, intesi come luoghi mentali e non fisici, per usare la colta metafora che nel 1935 Amintore Fanfani, allora professore di Storia economica alla Cattolica, presentò al dodicesimo congresso internazionale di Sociologia di Bruxelles e che fu così giudicata dal Duce: “E’ magnifico ma è troppo lungo”. Fanfani leggeva la storia, a partire da quella del pubblico impiego, come lotta tra brevilinei e longilinei, con la tesi che gli iperattivi accumulano e i fannulloni dissipano: da un lato le formiche dello Stato e dall’altro gli eroi dello sperpero e i poeti della decadenza.

Quando lavoravo al desk c’era un collega che non stava mai al suo posto dove invece, secondo contratto, avrebbe dovuto passare sette ore e un quarto. E ce n’era un altro che restava al suo tavolo, sempre occupato in qualcosa. Ebbene, tra i due non c’era confronto possibile: era l’assenteista (il fannullone) che, per esempio, quando bisognava fare i titoli, si materializzava e mostrava quel talento che lo ha poi portato a diventare direttore. Ecco: un uomo intelligente come sicuramente è Brunetta dovrebbe capire che in Italia sarebbe più equilibrato sia evitare di santificare il lavoro come faceva Pascoli: “Poco era il giorno e molto era il lavoro / la falce è grande, ma più grande il prato”, e sia evitare di dannarlo come faceva Cesare Pavese: “Lavorare offende anche l’aria”.

(20 luglio 2008)

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10 Risposte to “Geniali e (presunti) fannulloni”

  1. alessandroghia Says:

    Bell’articolo! peccato sia destinato ad obliarsi nel vuoto demagico della politica italiana!!! ormai abbiamo raschiato così tanto la botte che la cantina è da ripavimentare!!
    ciao,
    alessandro

  2. sì, bell’articolo, per questo lo rilancio, l’ho fatto qui ed anche su Vidibidì.
    Ecco alessandro, uno dei vantaggi di avere un blog pubblico.

  3. che bella pagina!
    L’ho gustata profondamente nonostante… l’amarezza.

    Ciao, Ali, un caro saluto!

  4. loredana, questo commento è passato senza blocchi, a furia di marcare come no spam, finalmente wordpress ha capito! 🙂

    me la sono gustata anch’io questa pagina!

  5. Sì, l’articolo è divertente. Ma come a volte accade con gli articoli di Merlo, le sue tesi hanno qualche argomentazione che mi convince poco. Ad esempio non riesco a creder che nella scuola questa distinzione che viene fatta alla fine (maggior creatività dei fannulloni) sia davvero valido, a meno di non mettersi a disquisire su cosa si intenda per fannulloni in questo settore. E il bello è che non riesco bene a capire cosa è che non mi convince del tutto, bisognerebbe che mi mettessi a rileggerlo e poi a rileggerlo e poi di nuovo. Questo per dire che comunque Merlo è bravo. Saluti.

  6. preferisco il fannullone a colui che porta l’acqua al mulino del padrone, parlo del fannullone creativo, ipercritico, che osserva il mondo da un gradino più alto , contro lo stakanovista di turno che sposa una causa non sua.
    Nella scuola ad esempio, dove ho insegnato trentacinque anni, non adempivo mai agli “atti dovuti”, erano dolori ogni volta, il mio registro era un deserto, dei programmi me ne facevo un baffo, ma la mia lezione era preceduta da ore e ore di preparazione . Ora sarei stata licenziata, non mi avrebbero permesso di essere me stessa.

  7. Alivento Says:

    pessimesempio, è che è Merlo talmente equilibrato, entro le righe …si cerca un tono un poco urlato, una sbavatura, una caduta di stile e non pare possibile che non ci sia….

    L’equivalenza fannullone e geniale l’accetto nella misura in cui accetto che lo stereotipo dell’italiano visto dall’estero sia spaghetti eccessi e genialità, di fatto l’equivalenza pubblico impiegato fannullone è come lo stereotipo di poco fa. Vera per alcuni forse, ma, ormai, per la maggioranza dei pubblici impiegati decisamente superata.

  8. Alivento Says:

    loredana, tu italiana? tu eccessi, inventiva e genialità? :)))

    io ho un’altra filosofia di lavoro: impegnarsi sempre al massimo delle proprie possibilità, nel rispetto delle regole, misura per la correttezza reciproca e la convivenza, guida per il raggiungimento di un fine comune,i furbi sono fastidiosi, meglio persone vive, costruttive e generose anche nel lavoro

    questo modo di ragionare non sempre è bene accetto, in compenso, sorprendentemente alimenta la mia creatività

  9. odio i furbi, li ritengo disposti a “mal fare”.
    Ti chiedo:””qualora in te serpeggiasse il sospetto che il fine da raggiungere non sia quello che auspichi …allora?”
    La scuola attuale, checché recitino i programmi, non mira alla libertà, all’affermazione delle potenzialità degli alunni e bla bla bla: col concorso di una gran massa di insegnanti supini è passata dall’odiosa formula “inserire il ragazzo nella società” ( non per migliorarla, ma per adattarvisi, spegnendo qualunque balenìo creativo) al “fornire” al futuro cittadino gli strumenti per accettare la logica imprenditoriale del profitto prevedente la flessibilità, la mobilità, la precarietà.
    Ci stai al rispetto delle regole quando è la scorrettezza a sovrintendere al tuo massimo grado di impegno?
    La scuola pubblica, unica cellula recalcitrante nel processo di globalizzazione forzata, nonostante le belle dichiarazioni dei ministri alternantisi è stata da tempo condannata allo smantellamento, è sempre più agonizzante e ogni riforma ne avvicina la fine.
    Sono nata in Italia, parlo italiano, nulla m’importa dell’italianità.

  10. lo sai perchè questo modo di ragionare alimenta la mia creatività?
    per crisi di disadattamento

    mi sembra che questo risponda indirettamente anche alla tua domanda, quando ti accorgi che il fine dichiarato e il comportamento per raggiungerlo non sono coerenti, in quei casi che fare? continuare a comportarsi secondo coscienza, dare comunque il nostro illuminato contributo, mal che vada sapremo d’aver fatto al meglio delle nostre possibilità.

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