Pioggia di parole

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta.

La signorina a colori non ne raccontava mai. Né giuste, né storte, non dall’inizio e neppure dalla fine. Era lei stessa una storia ed insieme tutte le storie.
Aveva due labbra sottili e ben strette dentro a custodire segreti. Nel cuore teneva una rosa, un’altra sul tavolino in un vaso bianco d’opalina. Tutti i giorni sedeva al tavolino, fuori dal bar “Portofino”, quello a tre luci sulla piazza, dove fanno i gelati buoni. La signorina a colori stava col suo cappotto nero di nerofumo avvitato sui fianchi, in testa un cappello color rosa ciclamino sul quale s’adagiava leggiadro un mazzetto di fiori pastello: delizioso. Portava la veletta sul viso, al collo una sciarpa in chiffon di un rosso vaporoso. Con un trucco pesante e il viso bianco di neve certi giorni sembrava un clown. La chiamavano signorina a colori per questo, per il suo aspetto ed anche per il nome: Adelina Millefiori, così adatto a far rima in filastrocche bizzarre.

“La signorina millefiori
ha il naso di mille colori.”

“Adelina Millefiori
fuori dal mondo
sogna a colori”

Cantilenavano a volte i bimbi più impertinenti. E fuori lo era davvero. Di testa. Un po’ santa, un po’ matta. Eppure mai nome fu più indicato per il buon profumo che lei emanava: di gelsomino e mughetto, muschio bianco e bergamotto. Né lei si scomponeva per quelle burle, anzi ne sorrideva tranquilla e tutti i giorni la si trovava seduta al quel tavolino che sembrava aspettasse qualcosa.
Si diceva che aspettasse la rosa, il suo sfiorire. E la rosa, misteriosamente sempre la stessa, sfioriva, ma pian piano lentissimamente. Per ogni petalo che cadeva un suo capello s’imbiancava. In ogni caso non aspettava invano la signorina, prima o poi ogni giorno qualcuno si avvicinava al suo tavolino, le diceva: “Buon Giorno signorina a colori!”, si sedeva, cominciava parlando del niente poi, a voce bassa, le raccontava tutto quello che aveva nel cuore e lei, gli occhi grandissimi, ascoltava annuendo. Non che parlasse, anzi taceva con un vago sussiego, ma l’attenzione che metteva nell’ascolto, le pupille dilatate e profonde, la bocca allungata come a succhiare ogni parola, ne facevano una confidente eccezionale. E poi era bravissima a non dare consigli e a tenere la bocca chiusa: perché le persone la soluzione la trovavano da soli, solo parlando con lei, per il solo fatto di sentirsi ascoltati. Snodavano i fili del loro garbuglio, ordinavano idee confuse, addolcivano amarezze, dipanavano dubbi, stemperavano paure. A poco a poco mettevano a fuoco emergendo dal buio alla luce. Alla fine, vuotato il sacco, s’alzavano come dal confessionale. Sollevati e sereni. Come l’amavano in quel momento i suoi paesani.
La signorina a colori insomma era voluta bene da tutti, eppure non la raccontava giusta perché adorava sentirle raccontare dagli altri: giuste, storte, dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio. Le storie, si sa, non hanno mai fine perché spesso dove ne finisce una ne comincia un’altra.
Ma la signorina a colori soprattutto non la raccontava giusta per quello che nessuno sapeva. Lei, quando non stava in piazza seduta al tavolino, tornava alla casa in cima alla collina e scriveva e scriveva, metteva giù tutte le storie sentite dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio, e poiché le storie si inanellano tutte, aveva formato un catena lunghissima di storie che s’avvolgeva attorno ad un gomitolo. Teneva il gomitolo in un cesto e con i ferri da lana faceva maglie di storie, gonne di storie e sciarpe di storie. Le stesse con cui si vestiva. Con altre storie faceva farina. Con la farina ciambelle, il pane, la pasta. Le cose di cui si nutriva. La signorina a colori viveva di storie.
Poi il giorno dopo tornava al tavolino e ricominciava ad ascoltare.
E questo avvenne per anni, a cominciare da un tempo che nessuno ricordava fino al giorno in cui, una sera, tornata a casa, la signorina a colori volle scrivere le storie sulla carta e con quella tappezzare le pareti della casa. Fu un lavoro faticoso, ma l’opera finita fu una gran soddisfazione. Adelina stava lì al centro della casa a contemplare tutte le storie in bella esposizione, quando, dopo appena pochi minuti, le storie incollate alla carta da parati cominciarono a staccarsi, a svolazzare per la casa, le si addossarono volteggiando, come attratte dalla sua persona, le ruotarono attorno sollevando la gonna, strappandole il cappellino rosa, il mazzolino, la sciarpa, la maglia e pure la veletta. Tutte le storie come farfalle le mulinavano intorno e lei, sorridendo, alzò le braccia come a volare dentro quel vento fatto di segni, ad immergesi in esso, allora anche il suo corpo, polpa di storie, prese a sfaldarsi, prima a piccoli pezzi, schizzi di colore che si aggiungevano al turbine, poi allungandosi in una scia di parole, lettere, vocali, consonanti che, curvando, si disposero a spirale. Tutto a girare in un vortice folle sempre più rapido in forte tensione verticale, fino a quando le storie, nel parossismo rotatorio, come un tornado sfondarono il tetto, raggiunsero il cielo ed esplosero a raggio senza rumore.

Le storie piovvero per tre giorni sui tetti e le strade del paese. Quelle dei figli, quelle dei padri, le storie del cielo e quelle dei prati. La gente capì ch’era la fine di quella storia. Una folla senza parole si riunì in piazza davanti al bar “Portofino”. Cadevano gli ultimi petali dal cuore della rosa sul tavolino.

Con questo racconto ho partecipato sul blog Viadellebelledonne alla seconda Sfida delle Belledonne dal titolo “La signorina a colori”. Immagine ed incipit (in corsivo) erano prestabiliti.

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4 Risposte to “Pioggia di parole”

  1. Io ti ho inserita nella mia terna. Sono felice di scoprire che questa storia così poetica sia stata scritta da te.

    stefano

  2. sì Stefano, ho visto la tua selezione. Sono stata particolarmente felice della tua preferenza.

  3. Avevo già letto – con delizia- il tuo contributo nella “Via”. Approfitto per stringerti la mano, anche qui.

  4. grazieeee!!!! metrovampe sto gongolando di piacere :)))

    scrivi bene, sai, scrivilo quel romanzo se hai tempo, pazienza, volontà e una storia da raccontare, ne verrà qualcosa di bello

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