Archivio per racconti

Pioggia di parole

Posted in voli, vuoti with tags , on novembre 10, 2008 by alivento

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta.

La signorina a colori non ne raccontava mai. Né giuste, né storte, non dall’inizio e neppure dalla fine. Era lei stessa una storia ed insieme tutte le storie.
Aveva due labbra sottili e ben strette dentro a custodire segreti. Nel cuore teneva una rosa, un’altra sul tavolino in un vaso bianco d’opalina. Tutti i giorni sedeva al tavolino, fuori dal bar “Portofino”, quello a tre luci sulla piazza, dove fanno i gelati buoni. La signorina a colori stava col suo cappotto nero di nerofumo avvitato sui fianchi, in testa un cappello color rosa ciclamino sul quale s’adagiava leggiadro un mazzetto di fiori pastello: delizioso. Portava la veletta sul viso, al collo una sciarpa in chiffon di un rosso vaporoso. Con un trucco pesante e il viso bianco di neve certi giorni sembrava un clown. La chiamavano signorina a colori per questo, per il suo aspetto ed anche per il nome: Adelina Millefiori, così adatto a far rima in filastrocche bizzarre.

“La signorina millefiori
ha il naso di mille colori.”

“Adelina Millefiori
fuori dal mondo
sogna a colori”

Cantilenavano a volte i bimbi più impertinenti. E fuori lo era davvero. Di testa. Un po’ santa, un po’ matta. Eppure mai nome fu più indicato per il buon profumo che lei emanava: di gelsomino e mughetto, muschio bianco e bergamotto. Né lei si scomponeva per quelle burle, anzi ne sorrideva tranquilla e tutti i giorni la si trovava seduta al quel tavolino che sembrava aspettasse qualcosa.
Si diceva che aspettasse la rosa, il suo sfiorire. E la rosa, misteriosamente sempre la stessa, sfioriva, ma pian piano lentissimamente. Per ogni petalo che cadeva un suo capello s’imbiancava. In ogni caso non aspettava invano la signorina, prima o poi ogni giorno qualcuno si avvicinava al suo tavolino, le diceva: “Buon Giorno signorina a colori!”, si sedeva, cominciava parlando del niente poi, a voce bassa, le raccontava tutto quello che aveva nel cuore e lei, gli occhi grandissimi, ascoltava annuendo. Non che parlasse, anzi taceva con un vago sussiego, ma l’attenzione che metteva nell’ascolto, le pupille dilatate e profonde, la bocca allungata come a succhiare ogni parola, ne facevano una confidente eccezionale. E poi era bravissima a non dare consigli e a tenere la bocca chiusa: perché le persone la soluzione la trovavano da soli, solo parlando con lei, per il solo fatto di sentirsi ascoltati. Snodavano i fili del loro garbuglio, ordinavano idee confuse, addolcivano amarezze, dipanavano dubbi, stemperavano paure. A poco a poco mettevano a fuoco emergendo dal buio alla luce. Alla fine, vuotato il sacco, s’alzavano come dal confessionale. Sollevati e sereni. Come l’amavano in quel momento i suoi paesani.
La signorina a colori insomma era voluta bene da tutti, eppure non la raccontava giusta perché adorava sentirle raccontare dagli altri: giuste, storte, dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio. Le storie, si sa, non hanno mai fine perché spesso dove ne finisce una ne comincia un’altra.
Ma la signorina a colori soprattutto non la raccontava giusta per quello che nessuno sapeva. Lei, quando non stava in piazza seduta al tavolino, tornava alla casa in cima alla collina e scriveva e scriveva, metteva giù tutte le storie sentite dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio, e poiché le storie si inanellano tutte, aveva formato un catena lunghissima di storie che s’avvolgeva attorno ad un gomitolo. Teneva il gomitolo in un cesto e con i ferri da lana faceva maglie di storie, gonne di storie e sciarpe di storie. Le stesse con cui si vestiva. Con altre storie faceva farina. Con la farina ciambelle, il pane, la pasta. Le cose di cui si nutriva. La signorina a colori viveva di storie.
Poi il giorno dopo tornava al tavolino e ricominciava ad ascoltare.
E questo avvenne per anni, a cominciare da un tempo che nessuno ricordava fino al giorno in cui, una sera, tornata a casa, la signorina a colori volle scrivere le storie sulla carta e con quella tappezzare le pareti della casa. Fu un lavoro faticoso, ma l’opera finita fu una gran soddisfazione. Adelina stava lì al centro della casa a contemplare tutte le storie in bella esposizione, quando, dopo appena pochi minuti, le storie incollate alla carta da parati cominciarono a staccarsi, a svolazzare per la casa, le si addossarono volteggiando, come attratte dalla sua persona, le ruotarono attorno sollevando la gonna, strappandole il cappellino rosa, il mazzolino, la sciarpa, la maglia e pure la veletta. Tutte le storie come farfalle le mulinavano intorno e lei, sorridendo, alzò le braccia come a volare dentro quel vento fatto di segni, ad immergesi in esso, allora anche il suo corpo, polpa di storie, prese a sfaldarsi, prima a piccoli pezzi, schizzi di colore che si aggiungevano al turbine, poi allungandosi in una scia di parole, lettere, vocali, consonanti che, curvando, si disposero a spirale. Tutto a girare in un vortice folle sempre più rapido in forte tensione verticale, fino a quando le storie, nel parossismo rotatorio, come un tornado sfondarono il tetto, raggiunsero il cielo ed esplosero a raggio senza rumore.

Le storie piovvero per tre giorni sui tetti e le strade del paese. Quelle dei figli, quelle dei padri, le storie del cielo e quelle dei prati. La gente capì ch’era la fine di quella storia. Una folla senza parole si riunì in piazza davanti al bar “Portofino”. Cadevano gli ultimi petali dal cuore della rosa sul tavolino.

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La fuga

Posted in percorsi, racconti, voli, vuoti with tags , , , on settembre 17, 2008 by alivento

Con questo microracconto ho partecipato a “Elogio della fuga”, una raccolta di racconti a tema promossa da Stefano Mina qui.

Fuggiva senza inseguitori. Fuggiva ed in quel correre vorticoso fendeva l’aria fredda a finire della notte, i vapori della terra, le fronde degli arbusti, i respiri della nebbia. Il sudore scendeva in rivoli gelidi lungo le tempie le guance, la bocca, il collo proteso, la schiena in avanti. Le mani a pugno scalciavano colpi nel vento. Un ritmo di corsa, un soffio d’affanno. La fronte contratta in quella ruga traversa a spezzare la pelle ancora soda compatta. Sulla schiena uno zaino malandato, liso al cordolo di contorno e quasi vuoto. Dentro una borraccia, mezzo toast rosicchiato, un pacchetto di fazzolettini. Non aveva soldi con sé, né libretto d’assegni, né carta di credito. Non una chiave. Continua a leggere

La magnolia di neve

Posted in racconti, segnalazioni, voli, vuoti with tags , on settembre 1, 2008 by alivento

Con questo breve racconto ho partecipato all’iniziativa  “Le sfide delle Belledonne” Il castello di Dunnottar promossa da Viadellebelledonne.

Dalla piccola stazione di Stonehaven tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”
La nebbia si diradò e cominciò a nevicare, la neve cadeva a piccole sfere soffici e fredde che si posavano col fruscio dei lenzuoli pregiati di seta quando la mano li muoveva o quando Marilina, nel sonno, voltandosi su di un fianco, sbrigliava le cosce morbide dal loro abbraccio avvolgente di crema.

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Mar di Celestina

Posted in percorsi, scarti with tags , , on luglio 2, 2008 by alivento

Questo post prosegue il gioco di rimandi per favole tra Antonella PizzoErminia Daeder e me.

Anch’io conosco una favola. La favola  di una bimba piccolissima. Si chiamava Mar di Celestina.

Era una bimba alta un metro e un quadretto. Di cioccolato. Un faccino da pulcino, un fiocco rosa in testa, tra i ricci di marzapane. Più che una bimba sembrava una bambolina da tenere sul comò, per guardarla ogni tanto, pettinarle il capelli, prenderla in braccio e sciogliersi di tenerezza. Quando abbracciava metteva le braccia paffute attorno al collo. Rosea. Ti carezzava il viso con mani minuscole carezzevoli di neve. La pelle un petalo di gelsomino. Aveva un vestito color di melanzana, che le stava d’incanto, s’apriva a ventaglio sotto il petto svasando onde morbide di trine fino all’orlo e tra  i merletti sbucavano due gambette buffe da mangiarsele di baci.

Oltre che bella Mar di Celestina era anche brava, giocava volentieri e le piaceva giocare con tutti, inventava giochi nuovi, così nuovi che scrocchiavano di nuovo come scarpe nuove, la carta regalo da scartare,  un falda di finocchio. I bimbi giocavano volentieri con lei. Erano felici anche solo di starle vicino. E lei inventava ogni giorno un gioco nuovo: la piuma chiocciola, il bruco bolla, la nuvola pecora, il pino martino erano solo alcune delle sue fantastiche invenzioni. Instancabile ed entusiasta desiderava che tutti andassero d’accordo e giocassero con rispetto delle cose, delle persone, dei fiori, degli animali  e delle regole del gioco.

Quando Mar di Celestina e suoi amici giocavano le risa dei bimbi echeggiavano per le strade del paese e il paese sorrideva, ma non è che si vedesse proprio un sorriso, è che tutto sembrava bello e pulito come un  giorno di vento leggero, come primavera, come un respiro che allarga i polmoni, come il sereno che arriva dopo la pioggia.

Poi pian piano le cose cambiarono. I bimbi si stancarono delle invenzioni di Mar di Celestina, forse volevano tornare ai vecchi giochi, forse volevano inventarne loro di nuovi, fatto sta che l’invidia aveva avvelenato i loro cuori, avevano perduto anche la voglia di giocare.

La piuma chiocciola appassì, il bruco bolla seccò, il pino si fece panchetta, la nuvola belando svaporò. I compagni di gioco si rinchiusero nelle loro case, si annoiavano, ma non riuscivano più neanche a giocare, quando ci provavano si finiva sempre per litigare. Senza i bambini che ridevano e scherzavano per le strade, il paese si fece grigio e triste. Il sole dall’alto vide tutto questo e si rabbuiò. Ed appena il sole si oscurò scese sul paese un buio nero, un buio così pesto che non si vedeva ad un palmo dal proprio naso.

Matrona Confusione appollaiata da secoli sulla poltrona vedendo che Buio Pesto aveva invaso ogni spazio alzò le ali e le scrollò: “Ora” disse “ è il mio turno. Scendo e regno”.

Buio e Confusione si insediarono nel paese. Sporchi, grassi e gradassi, lo misero a sacco e pasticcio. 

Anche gli adulti ormai non sapevano più che fare, quando pescavano non sapevano che pesci pigliare, quando uscivano si scontravano, lavorando friggevano l’aria, ognuno correva di qua e di là senza conclusione. Tra loro non riuscivano più neanche a parlare, per comunicare gridavano sempre, aumentando la confusione.

Ogni porta di casa al paese si chiuse, ogni buco finestra s’intasò, ogni pertugio apertura si serrò. La stretta di chiusura aumentò a dismisura.

In questo caos intricato Buio la faceva da padrone, mangiò e mangiò e s’ingrassò fino a debordare verso i prati, i boschi, i campi, il fiume, alla fine colmò tutta la valle.

Una tragedia. Anche le piante ed i fiori morirono. E Mar di Celestina, chiusa in casa a piangere su questa rovina, divenne così triste che si mise a scrivere poesie.

Ne scriveva di tutti i colori: gialle, rosse, azzurre, le soffiava nel vuoto come bolle, le teneva sospese a mezz’aria, le mischiava tra loro e dipingeva la parete del muro.

Scrivendo poesie non pensava, e non pensava di scrivere poesie, ma scrivendo le lacrime seccarono e la tristezza si fece compassione.

In questa confusione almeno una persona era felice. Lei. L’ineffabile Strega Gallina sguazzava nera nella melma nera di una pozzanghera nera in cortile. Sbatteva le ali senza volare, solo goffi balzi dalla pozzanghera alla staccionata del cancello di casa Celestina. E starnazzava ovviamente, perché così facendo credeva di dominare la confusione. Con la testa piegata, tendendo l’occhio destro, spiava  dalla finestra Mar di Celestina per scoprire cosa stesse scrivendo, ma Mar di Celestina, almeno questo, a qualunque prezzo non l’avrebbe permesso. E nascondeva le poesie strette strette in uno spazio bugigattolo segreto. La Strega Gallina allora girava la testa dall’altro lato, piegava il collo, guardava con l’occhio fisso sinistro e poi saltava.

Questo stato di cose non poteva durare, ne andava della sopravvivenza del paese, se ne rese conto anche il conte Abelardo Picansasso dal suo castello in cima alla collina. Stanco di brancolare, il conte decise d’intervenire, mandò al paese la pattuglia speciale dei Succhiabuio, istruiti a dovere affinché, usando le torce elettriche, non guardassero in faccia nessuno.

I Succhiabuio si misero all’opera e con macchine, raspe, spazzole e ramazze ripulirono ogni incavo e angolino.

Al paese tornò a splendere un sole blando, lontano, tiepidino, ma, anche se poco, ai paesani, dopo anni d’oscurità, già bastava. I compagni di gioco di Mar di Celestina uscirono fuori con la bocca spalancata, affamati di luce e di giochi. Ridevano, correvano, tornarono a giocare, ma ben presto s’accorsero che Mar di Celestina non era tra loro. Preoccupati andarono a cercarla.

Arrivarono alla sua casa e bussarono, ma nessuno rispondeva. Bussarono ancora. Silenzio. Poi sentirono che qualcuno a passi lenti s’avvicinava, la porta s’aprì, nel riquadro dello stipite comparvero due vecchietti curvi e stanchi. Erano i signori Celestina, i genitori di Mar di Celestina, invecchiati di cent’anni. Dissero ai ragazzi: “Ci dispiace,  non sappiamo  dove sia andata la nostra bambina” Raccontarono solo che scriveva e scriveva e ad un certo punto non l’avevano più vista. Era sparita come inghiottita dal buio.

I ragazzi la cercarono in ogni angolo della casa, del giardino, del paese ma niente, nessuna traccia di Mar di Celestina.

Loro non sapevano che Mar di Celestina s’era nascosta nel bugigattolo. Aveva chiuso la porta e s’era addormentata. Tra le braccia un fascio di fogli. Sui fogli tutte le poesie.

Quando finalmente capirono genitori ed amici corsero al nascondiglio e dietro la porta chiamarono a gran voce: “Mar di Celestina apri! Esci! E’ tutto finito, vieni fuori” Ma dal bugigattolo neanche un alito. Mar di Celestina dormiva, neanche li sentiva.

A spallate i ragazzi più robusti buttarono giù la porta e ansimanti entrarono nello stanzino. Dentro un deserto di vuoto. Nessuna traccia d’anima viva, né dei fogli, né della bambina. Al loro posto sul pavimento vetro in frantumi in una pozza d’argento.